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  CERCO TESTO DI POESIA SU LENIN
SAREI MOLTO GRATO SE QUALCUNO PUBBLICASSE QUI O MI INVIASSE LA POESIA DI MAJAKOVSKIJ IN OCCASIONE DEI FUNERALI DI LENIN CHE NON RIESCO A TROVARE. IL TITOLO MI SEMBRA CHE SIA -LA BARA DI LENIN- E COMUNQUE PARLA DI ESSA E DI QUANTO PESI NON MATERIALMENTE MA INTELLETTUALMENTE E STORICAMENTE. ANTICIPATAMENTE GRAZIE.
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Noi abbiamo il compito di ricostruire la sinistra
Noi, feriti ma ancora vivi, abbiamo il compito di ricostruire la sinistra Andrea Catarci* Berlusconi, Bossi e Fini hanno vinto, Veltroni è stato seccamente sconfitto, la sinistra è per intero forza extraparlamentare. Il dato disastroso che abbiamo riportato va esaminato senza trascurare l'elemento oggettivo della crisi di reddito e della frantumazione sociale né quello soggettivo che riguarda i limiti storici delle forme organizzative e dei linguaggi che usiamo. C'è poi il peso del fallimento del governo Prodi, la cultura di destra che sembra prevalere, l'imbroglio del voto utile e, non da ultima, la scelta di tanti di stare alla finestra nella campagna elettorale. Lo tsunami che ci ha travolto, poi, potrebbe ancora non essere terminato, se è vero che a Roma si rischia di avere Alemanno Sindaco e Storace Assessore e che parte della Sinistra potrebbe reputare troppo grande l'impresa della ricostruzione. C'è quindi da rimettere rapidamente in ordine le priorità: primo, impegnarsi al massimo per vincere i ballottaggi e fermare la destra; secondo, analizzare la sconfitta e individuare i punti da cui ripartire. Come premessa c'è da vincere la tentazione del tutti a casa e rivitalizzare le esperienze d'aggregazione socio-politica, per riconquistare terreno nel corpo a corpo per l'egemonia nella società. Le scomposte reazioni alla sconfitta di alcuni dirigenti non aiutano di certo: fioccano dissociazioni, pentitismi e prese di distanza, c'è chi privilegia la ricerca del colpevole, chi sceglie di nascondersi e chi non trova di meglio che appellarsi all'effetto salvifico che avrebbe avuto il "suo" simbolo. Ma sulle schede non c'erano ben due formazioni con la falce e martello che non hanno raggiunto l'1%? In Rifondazione lo spettacolo è francamente insopportabile, con l'ex Ministro Ferrero che si unisce all'area principale di minoranza e, senza neanche aspettare i ballottaggi, si appresta a quell'assalto finale che farà trionfare il bene sul male. Che vuol dire, che un Segretario o un Presidente della Camera hanno tutte le colpe ed un Ministro, un Capogruppo al Senato o le minoranze, magari perché defilate in campagna elettorale o perché non l'hanno fatta proprio, portano una responsabilità ridotta? Da noi si dovrebbe continuare a pensare che una battaglia combattuta e persa ha sempre un valore maggiore di una resa senza condizioni, o no? Comunque, per discuterne, ci aspetta un congresso sul futuro di Rifondazione e della Sinistra Arcobaleno, non una sfida da bande del muretto. Ora, quello della sconfitta, è invece il momento della solidarietà e della comunità. Bisognerebbe fare come Izet Sarajlic, il poeta di Sarajevo che mentre la sua città veniva bombardata e ridotta ad essere il più grande carcere d'Europa si aggrappava alla sua gente, rifiutava gli inviti ad andarsene e si metteva in fila per il pane. Altro che faide e capri espiatori! A Roma alle amministrative abbiamo avuto un risultato migliore, sostenendo Rutelli e puntando sul radicamento territoriale e sulla dimensione comunitaria, che hanno retto meglio in particolare nei Municipi in cui abbiamo governato con nostri Presidenti. Nel Municipio XI il Presidente è stato eletto al primo turno con oltre il 53%, la Sinistra Arcobaleno locale ha ottenuto l'8,3%, il candidato alla Provincia Peciola, legato alla galassia dei movimenti, ha superato l'8%. Qui si è riusciti a coniugare il binomio conflitto-consenso, si è accettata la sfida di non rinunciare alla propria radicalità senza diventare minoritari, si è scelto di requisire appartamenti sfitti e di misurarsi con le contraddizioni della cittadinanza, scommettendo su di essa e su quella partecipazione che va innaffiata come la più delicata delle piante, se si vuole che germogli. Questo significa ripartire dal territorio ed è una faccenda tremendamente complessa: vanno ricostruiti i nessi sociali con la miriade di figure che vagano nella metropoli, con problemi di casa, reddito e lavoro, con il popolo dei migranti, con l'universo giovanile, della terza età, dell'associazionismo, con il ceto medio in difficoltà, il piccolo commercio in crisi. Si può risultare credibili se si ascoltano i brusii indistinti della sofferenza diffusa, se si rilanciano il fare società, la partecipazione e il mutualismo, se si fanno dialogare le esperienze e se si valorizza l'azione nel governo locale. Altrimenti le speranze di cambiamento continueranno ad essere affidate solo al capitalismo che, con prestiti e mutui, rende tutto possibile e muta persino l'orizzonte antropologico. Noi, feriti ma ancora vivi, abbiamo l'arduo compito di ricostruire una sinistra dalla dimensione extraparlamentare. Con coraggio, perché fuori non sono solo macerie, c'è un mondo in cui aumentano le contraddizioni ed è lì che ci sarà ancora Sinistra. *Presidente Municipio Roma XI Fonte: www.liberazione.it
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E’ morta a Roma l’avvocata Tina Lagostena Bassi
E’ morta a Roma l’avvocata Tina Lagostena Bassi Addio Augusta, e grazie di tutto Legale storica in processi per stupro in cui assisteva donne vittime di abusi, tra cui quello contro gli autori del massacro del Circeo, Augusta Lagostena Bassi aveva 82 anni ed era nata a Milano. Ho intervistato Tina Lagostena Bassi nel 1992, includendola nel novero delle voci di femministe, 18 in tutto, che pronunciavano quelle Parole per giovani donne, che avevo scritto per l’editore Solfanelli. Appena uscita dal liceo mi ero iscritta a legge perché, spinta dal suo impegno che a livello mediatico era stato conosciuto dopo la drammatica messa in onda di Processo per stupro, volevo fare legge e diventare come lei. Le avevo anche scritto, e lei mi aveva detto: “Appena ti laurei vieni nel mio studio”. Poi la mia vita aveva avuto un’altro corso, ma lei non poteva mancare, in un libro d’esordio quale era “Parole”, tra le figure più significative, almeno per me. La ricordo stranamente timida, fuori dall’aula; misurava le parole e portava sulle spalle la qualifica di “avvocato delle donne” quasi con imbarazzo. Nell’intervista, che a breve metterò integrale al mio sito, www.monicalanfranco.it mi aveva detto: “Le donne mi hanno anche aiutato a capire una cosa molto importante per un avvocato: che la legge non è sufficente. Può contribuire a modificare una atteggiamento culturale, ma è necessario che fuori dalle aule dei tribunali, nella società, nella mentalità di uomini e donne si modifichino comportamenti e pensiero”. Mi fece soffrire la sua scelta di candidarsi per la destra, ma compresi che una donna come lei, specialmente avendo conosciuto anche io a mie spese i meccanismi esclusivi e micidiali delle logiche dei palazzi della politica romana, forse si era trattato di una reazione ad una ostilità dell’allora sinistra, che con il PCI in testa non le perdonava il protagonismo e la provenienza borghese. E’ stata una voce forte e chiara contro la violenza alle donne, molte giovani si sono ispirate a lei per scegliere la professione forense ,e persino attraverso quell’orribile trasmissione tv, Forum, nella quale aveva negli ultimi anni accettato di fare una simulazione patetica dell’aula del tribunale per dirimere questioni di condominio e di lite che bene ritraevano l’italietta odierna l’avevo sentita dire ad una ragazzetta capricciosa: “guardi che le donne non hanno lottato tutti questi anni per dare a lei il diritto di non voler fare nulla per guadagnarsi da vivere”. Addio Augusta, e grazie di tutto. Che la terra ti sia lieve. di Monica Lanfranco 5 marzo 2008
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Vendola: «Lavoro ridotto a vera trincea di guerra»
Il governatore a Molfetta sul luogo della tragedia. «C'è una responsabilità politica e culturale Si considera il profitto, non la vita degli operai. Ma l'insicurezza è crimine, non un errore umano» Vendola: «Lavoro ridotto a vera trincea di guerra» Angela Mauro «C'è una responsabilità politica e culturale ormai di solare evidenza: il lavoro è diventato un'autentica trincea di guerra». Nichi Vendola ci parla al telefono dalla zona industriale di Molfetta, dalla fabbrica dove ieri una «catena di solidarietà tra i lavoratori è diventata catena di morte». Morti in quattro nel tentativo di salvare un loro compagno: la prima vittima che ha chiesto aiuto dall'autocisterna che si apprestava a pulire. Uccisi in cinque dalle esalazioni di zolfo. «Verificare la dinamica dell'incidente, accertare le responsabilità», è la parte «prudente» del ragionamento del governatore della Puglia il quale nota la particolarità della tragedia quando avviene al sud, terra di imprese piccole dove capita, come è successo ieri, che lo stesso proprietario dell'azienda perda la vita con gli altri nel disperato tentativo di soccorso. Ma la prudenza di Vendola lascia subito spazio a coscienti dichiarazioni di «imprudenza», ossia ad un'analisi che di solito passa per "politically incorrect" perchè denuncia le colpe in un dramma che continua a ripetersi all'infinito. «L'insicurezza sul lavoro è un crimine prodotto da una forma specifica del mercato del lavoro». E' ancora vivo il ricordo dei morti della Thyssen, qualche giorno fa altre vittime a Genova, ora Molfetta. Di lavoro si continua a morire, sembra la normalità in Italia... Provo dolore e rabbia per i lavoratori. Dolore per i familiari, i colleghi e gli amici, rabbia per l'ennesima strage. Troppe le chiacchiere finora sul tema del lavoro, troppa l'inefficacia della politica nell'affrontare il tema. Anche le sollecitazioni del presidente della Repubblica finora sono cadute nel vuoto. C'è una responsabilità politica e culturale ormai di solare evidenza: il lavoro è diventato un'autentica trincea di guerra. La contabilità dei morti e dei feriti viene normalmente affidata alle brevi di cronaca nera e alla ripetitività retorica delle dichiarazioni di indignazione, ma tutto si ferma qui. E' come se l'insicurezza sul lavoro fosse un problema meteorologico e non un crimine prodotto da una forma specifica del mercato del lavoro e da un processo di svalorizzazione del lavoro che è tornato ad essere merce. La vita e la morte, la fatica e i diritti dei lavoratori sono variabili subordinate della competitività e del profitto. Ogni volta viene proposto un teorema che spiega, chiarisce, specifica, indica l'elemento della distrazione o dell'errore umano. In genere, le imprese, soprattutto le grandi imprese, tendono a dare la colpa agli stessi lavoratori morti, che quindi sono prigionieri non solo di quella violenza irreparabile ma anche della beffa che li accompagna. E la politica? Credo che la politica debba sottrarsi agli arzigogoli giustificazionisti di chi non vuole vedere in faccia il problema. Il problema è che la vita viene tenuta in minor conto rispetto ai diagrammi del profitto. Non viene calcolata. Per questo dobbiamo chiedere a voce alta l'immediata convocazione del consiglio dei ministri per dare seguito ai decreti attuativi sulla sicurezza sul lavoro. Ci sono strade praticabili a livello regionale dal punto di vista legislativo? Abbiamo varato una normativa contro il lavoro nero irregolare, è la più all'avanguardia d'Italia e interviene particolarmente sul fenomeno del caporalato. Stiamo asfaltando la strada ai diritti. Nel decalogo di consigli di Confindustria al prossimo governo la sicurezza sul lavoro non è tra le priorità più considerate. Veltroni fa sfoggio di imprenditori vari nelle sue liste. C'è un ponte tra industriali e Pd a danno della sicurezza sul lavoro? Non entro nel merito delle scelte di questo o quel partito sulle liste. Faccio un mestiere particolare, mi occupo però dei profili programmatici delle forze politiche sulla tutela del diritto alla vita, alla salute e alla dignità di chi lavora. Ai tanti che in queste settimane hanno evocato per spirito di crociata la sacralità della vita in polemica con la legge sull'interruzione di gravidanza, chiedo se abbiano qualche proclama da fare sulla sacralità delle vite operaie violate in Italia. Molto spesso queste tragedie sul lavoro si incrociano con altre storie di diritti negati: il riconoscimento delle coppie di fatto. Non vorrei provocare un ingorgo di argomenti. Ma naturalmente ho notato anch'io la doppia ingiustizia cui è stata sottoposta la compagna di un operaio rimasto vittima alla Thyssen: in qualunque società civile sarebbe chiamata "vedova" benché non legata da vincolo di matrimonio al suo compagno. In qualunque società civile potrebbe godere dei benefici previdenziali, ma certi diritti sembrano minacce in Italia: tanto più in campagna elettorale. Cosa può fare la Sinistra sulle morti bianche, tenendo conto che non viaggia in direzione del governo ma più probabilmente verso l'opposizione? Il lavoro è la grande questione della libertà nel nostro tempo e nel nostro paese. La condizione del lavoro è una questione sociale esplosiva che torna sia per l'insicurezza, che per la precarietà, per i bassi salari. Una grande questione della libertà nel nostro tempo perchè quando si è prigionieri della precarietà si è schiavi della paura sul proprio futuro. Il lavoro è la grande bandiera di libertà che dovremmo prendere in mano costruendo una rete fitta di rapporti, facendo la narrazione del lavoro che è diventato come il carcere: ne parlano quelli che stanno fuori e senza cognizione di causa, mentre la voce operaia è rumore di fondo, brusio fastidioso. E' giunto il momento di ridare la parola a quelli che stanno dentro: non basta offrire loro un effimero palcoscenico o un microfono per qualche minuto di lamentazione. Bisogna dare loro visibilità vera, voce, dignità. 4 marzo 2008 fonte: www.liberazione.it
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Dimissioni Direttivo del Circolo PRC Viterbo
Dimissioni Direttivo del Circolo PRC Viterbo Preso atto che: - in vista delle prossime elezioni comunali, la Segreteria Provinciale del Partito della Rifondazione Comunista (PRC), in linea con quanto impartito dalla Direzione Nazionale, ha imposto non una confederazione o una coalizione elettorale, come da noi auspicato, ma una lista unica, “La Sinistra-l’Arcobaleno”, assieme a SD e Verdi, senza una consultazione del gruppo dirigente del nostro Circolo, estromesso sia dall’elaborazione del programma che dalla scelta dei candidati da proporre agli elettori - questa estromissione va letta nel disegno complessivo “La Sinistra-l’Arcobaleno”, imposto senza una consultazione democratica del corpo del Partito o un congresso che lo sancisse, con la demolizione sistematica del Partito stesso (ne fanno testimonianza le defezioni di singoli e di gruppi organizzati) ed il conseguente venir meno di un’idea di società alternativa al capitalismo imperante; - che a ben poco serve la foglia di fico del mantenimento della struttura e dell’autonomia formali del Partito se nei fatti i suoi militanti sono defraudati di ogni funzione e diritto, finanche consultivi, come ampiamente ci dimostra quanto sta accadendo al nostro Circolo; - solo un accordo politico-programmatico, su liste separate, con Verdi e Sinistra Democratica, avrebbe garantito a Viterbo la rappresentanza delle istanze di Rifondazione, per propria natura opposte alla subalternità - pienamente dimostrata da Partito Democratico e Partito della Libertà - verso lobbies che impongono alla città scellerate idee di “sviluppo”, come l’aeroporto, destinate ad avere irrimediabili effetti nefasti sulla vita cittadina. I Compagni del direttivo del circolo PRC di Viterbo, che in questi anni, senza tornaconto alcuno, hanno rappresentato Rifondazione Comunista con un lavoro quotidiano in una realtà assai difficile e ostile, hanno rimesso il loro mandato dando le dimissioni in massa. Viterbo, direttivo del 25/2/’08
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